Fondi indicizzati quotati e non: dai fondi comuni agli ETF

zzzz73371) FONDI INDICIZZATI: COSA SONO 

I fondi indicizzati sono dei normalissimi fondi comuni di investimento – dunque, non sono quotati in Borsa – che, anziché avere una gestione attiva per cercare di migliorare le performance dell’indice di riferimento (benchmark), si accontentano di replicarne l’andamento con una gestione passiva del portafoglio, componendo quest’ultimo con i titoli presenti nel paniere dell’indice da replicare, con la medesima proporzione. Si tratta, quindi, di un modo efficiente e poco costoso di replicare gli indici di mercato, valido sia per il risparmiatore sia per i gestori di fondi, che nelle gestioni attive spesso ottengono performance inferiori al benchmark. Purtroppo, però, oggi in Italia esistono pochi fondi comuni che si sono dichiarati effettivamente indicizzati e sono stati riconosciuti tali.  

2) GLI “EXCHANGE-TRADED FUNDS” (ETF) 

Accanto ai fondi comuni indicizzati “puri”, troviamo un particolare tipo di fondi indicizzati – gli Exchange-Traded Funds (ETF) – che invece sono prodotti quotati in tempo reale in Borsa, mentre nei fondi comuni il controvalore dell’operazione di acquisto o vendita è quello determinato a fine giornata dalla società di gestione, che valorizza la quota del fondo in base ai prezzi giornalieri degli asset presenti in portafoglio. Dunque, gli ETF sono adatti per chi ha l’obiettivo di fare un vero e proprio trading, visto che permettono di seguire in minimo dettaglio i movimenti dell’indice sottostante, anche quelli intraday, cioè realizzati durante la giornata, o comunque vuole sempre poter investire e disinvestire in tempi rapidi: pochi secondi contro circa un paio di giorni per i fondi comuni.  

3) RENDIMENTI E IMPIEGO IDEALE 

Secondo molte analisi, i fondi indicizzati sono in grado di raggiungere risultati decisamente positivi: infatti, solo il 10%-20% dei gestori che hanno una gestione attiva sono in grado di battere il bechmark e quindi i relativi fondi indicizzati. Dunque, non si hanno “sorprese” negative dovute alle possibili scelte errate del gestore e nemmeno nel patrimonio del fondo: se il fondo utilizza, ad es., i fondi dell’indice Eurostoxx 50, si è sicuri che gli investimenti rientreranno in quell’ambito. Il rovescio della medaglia è che i fondi indicizzati non danno la minima possibilità di fare meglio dell’andamento generale del mercato, e se questo scende bisogna rassegnarsi a perdere. Perciò, sono strumenti di investimento consigliabili per chi non ama i fondi classici e per il lungo termine

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4) PRINCIPALI RISCHI ASSOCIATI 

Poiché il gestore non effettua una politica attiva, esiste un maggior rischio per il sottoscrittore: infatti, quando i mercati finanziari in cui il fondo investe subiscono delle riduzioni sensibili, il gestore non può effettuare delle scelte ma deve mantenere in portafoglio i titoli previsti dall’indice, per cui un fondo indicizzato è più sensibile alle fasi di crisi dei mercati. Inoltre, non tutti i fondi indicizzati replicano un indice in maniera totale, anche perché hanno dei limiti di legge da rispettare sulle quote dei titoli che possono detenere in portafoglio: in particolare, alcuni fondi offrono una “riproduzione parziale” dell’indice, investendo in un campione rappresentativo di titoli di capitalizzazione più piccoli per consentire ai loro fondi di muoversi allineati all’indice entro un errore predeterminato.

5) COSTI E COMMISSIONI 

Il punto di forza dei fondi indicizzati è rappresentato dalle bassissime commissioni. I fondi indicizzati “puri” prevedono soltanto costi di gestione (nel range 0,20%-0,95%), per cui per comprare e vendere quote non sono richieste commissioni. I fondi “quotati” – cioè gli ETF – hanno invece commissioni di gestione che vanno da un minimo dello 0,2% a un massimo di circa un punto percentuale. Ai costi di gestione, per gli ETF vanno poi aggiunte le spese per eseguire l’operazione, che sono le stesse richieste sulla compravendita di azioni (massimo 0,7%). Infine, sempre per gli ETF, occorre anche considerare la differenza tra prezzo denaro e prezzo lettera, che generalmente si dovrebbe mantenere entro lo 0,2%, anche se essa dipende molto dalla liquidità o meno di quel titolo.



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